Seguono, per una ricostruzione (anche cronologica) del dibattito, l'intervista all'on Michele Vietti, Capogruppo UdC alla Camera (su la Repubblica); l'intervista al sindaco Sergio Chiamparino (La Stampa); gli interventi degli on. Giorgio Merlo e Stefano Esposito (su La Stampa); l'intervento del leader del Pdl piemontese Guido Crosetto (su La Stampa); l'intervento della Presidente Mercedes Bresso (La Stampa);
Intervista al Segretario regionale
Gianfranco Morgando su La Stampa del
6 agosto 2008 - di Luciano BORGHESAN
Sembra di essere tornati indietro di
trent’anni, quando Carlo
Donat-Cattin pose al congresso Dc la
questione del «preambolo»:
Scudocrociato alternativo al Pci.
Oggi Michele Vietti (Udc) pensa ad
alleanze con il Pd se esclude dalla
coalizione la sinistra radicale, e
viceversa il Pdci lavora per una
lista unitaria dei Comunisti.
Lei, segretario regionale del Pd,
Gianfranco Morgando, nel 1979 (da
democristiano), fu favorevole al
preambolo che seppellì
definitivamente il progetto moroteo
del compromesso storico Dc-Pci?
«Fui favorevole, ero con Donat, ma
non vedo grande nesso, allora la Dc
voleva essere alternativa al Pci per
rappresentare, a sinistra, le
esigenze popolari, ora non c’è più
Dc, non c’è Pci, nessuno vuole
rifarli...».
Se dovesse scegliere in vista delle
prossime elezioni: il Pd si allea
con l’Udc o con i Comunisti?
«Non ci sto. Noi partiamo
dall’alleanza attuale: lo dissi in
direzione regionale, tre mesi fa,
dopo il voto politico: giudico
positiva l’azione della coalizione,
da Rifondazione all’apporto di
Italia dei Valori e dei Moderati, ma
il risultato nazionale ci pone
l’esigenza di allargarci».
Ampliarvi a cosa?
«Aprirci a un confronto
programmatico al fine di riuscire a
rappresentare chi non si è sentito
rappresentato».
Ecco l’Udc.
«Fa parte dei quel centro che ha
dimostrato di essere autonomo dalla
destra e che può allearsi col
centrosinistra».
Vietti pone quella condizione: senza
sinistra radicale, cioè senza
Rifondazione e Comunisti.
«Siamo all’inizio di un processo: è
naturale che noi tendiamo ad
ampliarci al centro e che loro
vogliano distinguersi ulteriormente:
per questo dico parliamo di
contenuti, e lasciamo perdere le
formule».
L’Udc dice anche che l’alleanza deve
riguardare tutti e tre gli enti
locali.
«D’accordo».
Maggioranze di centrosinistra
confermate fino allo scadere delle
tornate?
«Sicuramente, io giudico
positivamente il lavoro svolto dalle
tre amministrazioni».
Poi? Liberi tutti?
«No. C’è il confronto sul programma,
la riflessione di oggi non sappiamo
dove ci porterà. E noi partiamo con
l’obiettivo di allargare, di essere
più competitivi, non di escludere».
A proposito di confronto:
Chiamparino non intende andare alla
festa del Pd o dell’Unità: che cosa
dice al sindaco?
«Gli ho detto che il partito è una
sintesi di posizioni diverse, che
deve essere aperto al confronto.
Chiedo a Sergio di portare il suo
contributo».
Elezioni europee, provinciali, del
Comune, regionale: lei dove si
candida?
«Io faccio il segretario del Pd
piemontese. Voglio fare bene
questo».
Intervista a Michele Vietti su la Repubblica del 02 agosto 2008 - di Paolo Griseri
Onorevole Vietti, è in corso una trattativa con il Pd?
«Ci sono contatti, come con altri partiti».
Anche le case automobilistiche dicono così: si parla con tutti...
«Con Morgando c' è un' antica amicizia e una comune militanza nella Dc. Anche se il suo non è stato l' unico appello».
Ci sono offerte anche dal centrodestra?
«C' è stata una proposta di Ghiglia ma non mi sembra che nella Cdl sia stata accolta con entusiasmo. Quella di Morgando mi sembra più condivisa».
Dunque potrà accadere che alle prossime regionali, sul palco del comizio finale di Mercedes Bresso ci sia anche lei ad applaudire?
«Calma. Prima del 2010 c' è il 2009 e dopo c' è il 2011».
Propone una trattativa complessiva, un pacchetto?
«Certo non si può pensare che le elezioni provinciali del 2009, quelle regionali del 2010 e quelle comunali torinesi del 2011 si svolgano con maggioranze diverse. Se c' è un accordo, è chiaro che deve valere per tutti e tre gli appuntamenti».
Quali sono le vostre condizioni?
«Non si tratta di condizioni ma di esigenze. La prima è appunto quella di un accordo complessivo. La seconda è che della coalizione non faccia parte la sinistra radicale».
O noi o loro?
«Beh, avremmo qualche difficoltà come Udc ad allearci con la sinistra radicale. Per questo non concordo con Morgando quando considera l' eventuale accordo con noi un allargamento dell' attuale maggioranza regionale. Il nostro obiettivo politico è quello di smontare l' attuale bipolarismo, non di aggregarci a uno dei due fronti. Che peraltro si danno abbastanza da fare per smontarsi da sé».
Bene, quale delle tre cariche istituzionali chiede l' Udc?
«Non è questo il tema. Che cosa farà Chiamparino? Saitta si ricandiderà? Le variabili aperte sono ancora troppe».
Lei preferirebbe appoggiare il candidato di centrosinistra in Regione se invece di Bresso fosse Chiamparino?
«Ecco, l' unica cosa che l' Udc eviterà sarà quella di farsi usare per regolare i conti interni al Pd».
Ma non ha ancora risposto alla domanda: l' Udc appoggerà la laica Bresso alle elezioni?
«Dipende quale sarà il candidato alternativo a Bresso. Le alleanze dell' Udc verranno decise territorio per territorio a seconda delle situazioni politiche locali». Quando si deciderà? «Entro il prossimo autunno. Poi comincia la campagna elettorale per il 2009».
Lei si candiderebbe per fare il sindaco di Torino?
«Mi diverto molto a fare il capogruppo dell' Udc alla Camera. Per farmi cambiare ruolo devono arrivare con argomenti molto convincenti».
Intervista a Sergio Chiamparino su
La Stampa del 4 agosto 2008 - di
Emanuela MINUCCI
A un sindaco in vacanza tocca pure
di interrompere una partita a scopa
(post-arrampicata, in Val Maira, per
giunta, vista da cartolina) per
parlare di future alleanze
politiche. Accogliere o meno l’Udc
in maggioranza mettendo alla porta
Rifondazione? Il quesito politico
dell’estate pare proprio questo,
anche se persino Chiamparino non lo
consiglierebbe, come lettura da
ombrellone. E se lo dice un ministro
ombra c’è da credergli. Battute a
parte, il primo cittadino accetta
volentieri di rivelare - se non la
composizione della futura giunta
(che potrebbe nascere giusto a metà
mandato) - almeno il metodo con cui
andrà a formarla, «sempre che ce ne
sia qualche necessità che per il
momento non vedo», premette. «Anche
perché noi non abbiamo nessuna
esigenza aritmetica», aggiunge con
un certo orgoglio, ben sapendo che
se anche gli uomini di Ferrero
facessero fagotto oggi, la
governabilità del Consiglio comunale
sarebbe assicurata senza bisogno di
imbarcare nessuno. E il metodo, per
stessa ammissione di Chiamparino, è
un po’ il contrario della filosofia
che sta alla base di ogni risiko
politico: «Saranno i contenuti, i
programmi, a decidere le future
alleanze. Noi non abbiamo nessun
pregiudizio, né contro né a favore
di Udc, Rifondazione o altri».
Sindaco, come farà a capire chi
sposare e da chi, eventualmente,
divorziare? Il segretario regionale
dell’Udc Vietti ha posto l’aut aut:
noi entriamo nelle giunte di
centrosinistra, ma solo se esce
Rifondazione.
«Primo, non è all’ordine del giorno
nessun rimpasto di giunta in Comune.
Non abbiamo bisogno di cambiare la
maggioranza, così, a freddo. Le
maggioranze però, si cambiano sui
programmi. E sui contenuti
strategici. E siccome siamo arrivati
a metà mandato, urge un confronto
approfondito sugli obiettivi
strategici degli ultimi due anni di
mandato. La composizione, eventuale,
della nuova giunta, e qualsiasi suo
cambiamento, nascerà dai grandi
contenuti: la partita
dell’urbanistica, quella economica
legata al futuro della Partecipate,
la stessa Tav. L’appuntamento è
fissato per il primo consiglio
comunale, il 15 settembre».
Nella seduta della ripresa si
toccheranno tutti i temi più
importanti che restano da attuare
nel programma?
«Sì, lo farò sottoforma di
comunicazioni. Presenterò il nostro
Dpef. E in quell’occasione, sui
temi, potremo scoprire potenziali
nuovi alleati come vecchie alleanze
che non condividono più la “mission”».
L’Udc però, lo dice chiaro, noi con
Rifondazione mai...
«Lo ripeto. Si deciderà sul
programma. Io non butto fuori
nessuno dalla giunta, così, a
freddo. Un rimpasto non è all’ordine
del giorno. Oltretutto in questo
momento di particolare travaglio per
Rifondazione mi parrebbe abbastanza
ingeneroso nei loro confronti: il
congresso è appena finito, e anche
loro devono decidere al loro interno
parecchie cose».
Parliamo allora dell’Udc. C’è
sintonia?
«Devo dirle la verità, sino a quando
in Sala Rossa c’era Buttiglione,
forse perché poteva partecipare a
meno sedute, si lavorava peggio.
Oggi mi pare che il suo successore
Alberto Goffi stia facendo, mi passi
il termine anche se un po’
vecchiotto, un’opposizione
costruttiva, molto diversa da quella
del resto dell’oppposizione. Quindi
mi sembra che il dialogo potrebbe
funzionare».
Dunque saranno le scelte sul campo a
decidere il nuovo assetto della
giunta. Se la cava in modo elegante.
«Più che elegante, serio. L’unico, a
mio parere, per approcciarsi al
problema. Anche perché il Comune di
Torino ha un certo rilievo e quindi
ogni decisione va presa non perdendo
d’occhio l’obiettivo finale:
vogliamo governare per i restanti
due anni all’insegna
dell’innovazione, con alleati che
guardino nella nostra stessa
direzione. E saranno gli
atteggiamenti che i singoli partiti
terranno nei confronti dei
temi-cardine dei prossimi due anni,
a decidere tutto. Ora posso tornare
alla mia partita a scopa?».
Lettera dell'on. Giorgio Merlo su La Stampa del 4 agosto 2008
La nascita del Pd, la nuova strategia di Rifondazione - un sorta di neo Democrazia Proletaria -, il tonfo della sinistra massimalista alle elezioni politiche modificano in profondità il panorama delle alleanze per le prossime amministrative.
Il Pd non può limitarsi a una passiva e insignificante riproposizione del tradizionale centro sinistra.
E cioè, dell'unità di «tutti contro la destra». La sfida lanciata nell'ottobre scorso dal Pd e culminata con le elezioni politiche è oggi chiamata al banco di prova. Sarebbe curioso se il partito di Veltroni affidasse la sua prospettiva politica ad una sostanziale doppiezza: una linea a Roma ed una a livello locale. Se il centrosinistra che abbiamo conosciuto è ormai archiviato non si può riproporre nel prossimo aprile per i comuni, le province o le regioni perché a «livello locale prevalgono i programmi locali». No, la strategia del Pd deve essere chiara, trasparente e percepibile dagli elettori. E un allargamento al centro, anche e soprattutto in Piemonte, è necessario oltreché indispensabile. Senza per questo mettere un argine invalicabile nei confronti di una potenziale «sinistra di governo».
In secondo luogo sarebbe sciocco non prendere atto di ciò che sta maturando a sinistra. Non è certo la linea movimentista, extraparlamentare ed estremistica del nuovo corso di Rifondazione l'orizzonte che interessa al Partito democratico. In Piemonte un'alleanza riformista è credibile e vincente se riesce a intercettare ceti, istanze sociali ed interessi che gravitano in un'area di «centro moderato». Il Pd può e deve rappresentare il fulcro attorno al quale si possono costruire alleanze credibili e programmaticamente coerenti. La politica di veti, pregiudiziali, parole d'ordine non è compatibile con una cultura di governo. Chi continua ad avere un approccio ideologico alla politica e ai problemi della società è bene che coltivi l'opposizione per l'opposizione. I cittadini hanno già emesso un verdetto il 13 e il 14 aprile. E' bene non dimenticarlo.
In terzo luogo non possiamo dimenticare che il centro sinistra torinese e piemontese conta una classe dirigente politica e amministrativa di tutto rispetto. Un «valore aggiunto» che può essere - come è stato in passato - determinante per la vittoria finale. Ma le candidature, ai vari livelli, non sono una variabile indipendente rispetto alle alleanze che si costruiscono. Si apre una nuova fase politica anche per Torino e Piemonte. Il Pd ha il dovere di partecipare a questa nuova stagione con lo sguardo non rivolto all'indietro. E' una sfida politica che richiede coraggio, coerenza e innovazione. Ma le scelte devono essere a proposte chiare e alleanze credibili. L'alternativa sono ristagno e sconfitta elettorale.
Lettera dell'on. Stefano Esposito su
La Stampa del 4 agosto 2008
L'iniziativa assunta dal Segretario
regionale del Pd Morgando di aprire
il dialogo con l'Udc in vista del
prossimo triennio di elezioni
amministrative 2009-2010-2011 è a
mio avviso positiva e risponde alla
necessità di ridare slancio, dopo la
sonora sconfitta alle recenti
elezioni politiche, al maggior
partito di opposizione.
Naturalmente credo che interessi
molto poco gli elettori sapere se
Morgando e il leader piemontese
dell’Udc Michele Vietti si conoscono
dai tempi della Dc; ritengo invece
che il dialogo tra due partiti debba
avere al centro un serio programma
di governo per gli Enti Locali
piemontesi. La sfida elettorale
nelle provincie del 2009 sarà
durissima, lo sappiamo, e l'Udc -
soprattutto nel cosiddetto
«Piemonte2» - potrà dare un
importante contributo, accompagnato
da un serio accordo politico che non
potrà basarsi, come dice Vietti, su
alleanze diverse a seconda dei
territori- e personalmente aggiungo
a seconda delle possibilità di
vittoria da parte della Pdl - ma su
una scelta politica netta, chiara e
duratura. Credo che non daremmo un
buon segnale a quell’elettorato che
guarda, dopo 3 mesi di governo
Berlusconi, alle forze di
opposizione come possibile
alternativa, se tutto il dibattito
relativo alle alleanze si
caratterizzasse «su quanti posti a
me e quanti a te», magari cercando
di tenere fuori dal dibattito altre
forze politiche usando argomenti
pregiudiziali o veti ideologici che
personalmente ritengo fuori dal
tempo. Mi riferisco in particolare
alla sinistra radicale, e questo non
perché io sia sostenitore cieco di
un’alleanza con essa a tutti i
costi. Anzi, il programma deve
essere netto e senza ambiguità e a
loro spetterà scegliere tra una
linea riformista di governo e la
frase, che dice tutto, del neo
segretario di Rc Ferrero «non faro
mai più il ministro, per i prossimi
100 anni non si porrà questo
problema». A Morgando dico però che
il Pd deve avviare una forte
iniziativa verso i tanti elettori
che alle ultime elezioni politiche
ci hanno dato fiducia, e costruire
una proposta che parli anche ai
tanti militanti delusi dalla deriva
«neo demo proletaria o tardo
comunista» dei partiti della
sinistra ex arcobaleno. Il Pd ha
tante culture che lo fanno vivere:
non credo che lo faremo grande se
continueremo a immaginarlo come il
contenitore di ex democristiani o ex
diessini; solo innovandone la
cultura politica, la classe
dirigente e dando risposte vere ai
tanti nostri concittadini che vivono
con forte preoccupazione l’arrivo
dell’autunno - che temo sarà molto
difficile anche per le politiche
sbagliate del governo Berlusconi –
potremo aspirare a tornare al
Governo del Paese.
Lettera del Coordinatore regionale del Pdl Guido Crosetto su La Stampa del 5 agosto 2008
Le ultime evoluzioni del panorama politico torinese non possono non interrogare anche il centrodestra. L’improvviso (ma neanche poi tanto) flirt tra Gianfranco Morgando e Michele Vietti apre una riflessione seria e importante tra tutti i soggetti politici del Piemonte. Personalmente, penso che le scelte strategiche dei partiti debbano discendere da ragionamenti nazionali e da presupposti di comunanza di valori e di progetti. Ma non sono nemmeno così sprovveduto da non capire che, molto spesso, si fondano sulla ragionevole speranza di strappare fette di potere.
Per questo, non mi stupisco di leggere sui giornali ipotesi di alleanza tra Udc e Pd. L’Udc si è trovata nella «fortunata» posizione di poter abbozzare sia a destra sia a sinistra. Quindi ha cominciato a guardarsi intorno. Ha cominciato a Torino, ammiccando al Pd, mentre in altre parti del Piemonte, dove il Pd è più debole, ha ammiccato al Pdl. Infatti che cosa c’è di meglio, per chi vuole massimizzare la gestione del potere, che non trovarsi in maggioranza con il centrosinistra al Comune di Torino e magari con il Pdl a Cuneo? O a Verbania? O ancora a Novara?
Il Pdl, però, non può accettare un’impostazione di questo tipo. Non ci sono preclusioni verso un’alleanza con l’Udc.
Ma un eventuale accordo dovrebbe discendere da un ragionamento politico serio e possibilmente nazionale. Ma, d’altra parte, non c’è neanche la possibilità, da parte nostra, di partecipare a un’asta per aggiudicarsi un’alleanza in più, non sarebbe sensato, non sarebbe corretto.
Anzi penso che l’alleanza di cui si legge sui giornali torinesi tra Partito democratico e Udc, qualora servisse a escludere dai rapporti con il centrosinistra la parte estrema della sinistra e l’Italia dei Valori, porterebbe sicuramente un contributo positivo anche ai futuri rapporti tra maggioranza e opposizione. E poiché penso che un rapporto serio e costruttivo tra centrodestra e centrosinistra sia l’unico modo per risolvere i problemi del Paese e delle comunità locali a cominciare ovviamente dal Torinese, non posso che guardare con interesse al dibattito in corso.
Ma, con la stessa franchezza, non sono così ingenuo e sprovveduto da pensare che il Pdl e la Lega possano regalare 3 o 4 punti percentuali di voti moderati al centrosinistra.
Lettera della Presidente Mercedes Bresso su La Stampa del 6 agosto 2008
Da qualche giorno il tema dominante della discussione politica in Piemonte sembra essere diventato l'allargamento della maggioranza, corroborato dal dibattito, non nuovo, sul dilemma inerente la prevalenza dei programmi o degli schieramenti. A me pare che la prima cosa da fare per ripetere il risultato del 2005 sia quella di mantenere la coesione della maggioranza che ha governato la Regione - insieme a numerosi enti locali piemontesi - e di realizzare il programma per il quale abbiamo avuto la fiducia degli elettori.
I voti. L'impressione è che si stia cercando di dare una risposta sbagliata all'esigenza di migliorare alle regionali il deludente risultato delle elezioni politiche, quando trecentomila elettori del centrosinistra hanno disertato le urne. Abbiamo il dovere di recuperare in primo luogo questi consensi.
L'allargamento della coalizione non è di per sé garanzia di successo: non ci sono pacchetti di voti pronti a seguire in ogni dove un simbolo di partito.
Il centro sinistra deve invece prendere atto in primo luogo che il proprio elettorato tradizionale è in sofferenza: deve rimotivarlo, deve convincerlo a recarsi alle urne confermando e migliorando le politiche regionali per la competitività e la coesione sociale.
Mai come in questo caso il buono e il giusto si combinano con l'utile: le analisi dei flussi elettorali ci dicono che in Piemonte centrodestra e centrosinistra sono potenzialmente alla pari e che sono soltanto le dimensioni dell'astensione dell'uno a determinare la vittoria dell'altro. Primo obbiettivo dunque è recuperare alle amministrative la forte astensione che ha punito alle elezioni politiche il Pd e i partiti della sinistra.
Le politiche e i programmi. Anche in questo caso, non mi convince la prospettiva di aggiungere interessi a interessi e sigle a sigle: questo non garantirebbe in alcun modo il successo elettorale e, soprattutto, il Piemonte non ne trarrebbe vantaggio.
Proprio in tema di contenuti, colgo l'occasione per chiarire in un inciso la natura del confronto, aperto ma leale, che si sta registrando in tema di città metropolitana: il sindaco Sergio Chiamparino è attratto dalla possibilità di esercitare funzioni più incisive, soprattutto in materia di urbanistica; io invece sono preoccupata per quanto potrebbe accadere della parte rimanente del territorio provinciale. Con il Sindaco siamo d'accordo su numerosi e importanti argomenti: su questo c'è una seria discussione di merito e costituirebbe un errore grave ricondurre il dibattito a inesistenti schieramenti interni o esterni al Pd.
Tornando al rapporto fra programmi e schieramenti, la questione vera è pensare e mettere in atto una politica per tutto il Piemonte e per tutti i cittadini, una politica fondata sui cardini della competitività e della coesione sociale.
Perché soltanto migliorando la competitività potremo aumentare la ricchezza di tutti e soltanto lavorando sulle politiche sociali potremo sostenere la domanda interna e quindi la stessa competitività, limitando contemporaneamente il disagio delle fasce di popolazione colpite dall'inflazione e dalla stagnazione dei salari.
Questa, mi sembra, la prospettiva sulla quale dobbiamo lavorare: esprimere un punto di vista forte sul Piemonte. Per consentire ai nostri elettori di rinnovarci la fiducia che ci hanno concesso nel 2005 e al tempo stesso per porre le condizioni necessarie a un allargamento della maggioranza. Un allargamento che a quel punto non sarebbe frutto di alchimie, ma conseguenza della Politica. Quella vera, quella alta, quella con la P maiuscola.
